Le feste più lunghe dell’anno sono quelle legate al Natale. Per fede o per tradizione, non si può resistere al fascino dell’atmosfera natalizia che, quando si fa popolare, ha quel caldo sapore di famiglia, di cose buone, di riti semplici e di storia.

Nella città di Taranto le feste natalizie iniziano moooolto presto!

Il 22 novembre con la ricorrenza di S. Cecilia si dà avvio ai 46 giorni che portano sino all’Epifania ed il tutto comincia all’alba con le bande che girano in città suonando le pastorali, e le frizzòle (padelle per friggere) delle massaie e di alcuni esercizi commerciali, che friggono le pettole da offrire calde, per la gioia di grandi e piccini.

Le pastorali sono componimenti musicali che fanno riferimento alle antiche rappresentazioni della Natività accompagnate da canti e musiche tipiche. In queste rappresentazioni le figure dei suonatori vaganti, muniti di zampogna, ciaramella o flauto, erano quelle che suonavano per le strade le arie sacre del Natale. Nel tempo questo ruolo è stato ripreso dai complessi bandistici, per i quali diversi autori hanno composto delle apposite partiture. Il caposcuola di questa tradizione a Taranto è Giovanni Ippolito, capitano d’artiglieria tarantino che, durante i momenti di svago, amava comporre melodie natalizie. La prima esecuzione in pubblico della sua opera è datata presumibilmente 1870. Successivamente si susseguono altri autori noti come Battista, De Benedictis, Lacerenza, Colucci, Vernaglione e Caggiano. Al tarantino verace, quando partono le prime note delle pastorali…partono anche le lacrime.

L’ péttele, frittelle di pasta lievitata dalla forma tondeggiante e irregolare, vedono la loro origine nei racconti popolari che narrano di una donna tarantina distratta e della sua casuale invenzione. La donna, nel giorno di S. Cecilia, preparò l’impasto per il pane ma venne distratta dalla musica degli zampognari che transumavano dall’Abruzzo per regalare lungo le strade di Taranto le dolci melodie natalizie in cambio di cibo. L’impasto lievitò troppo e fu inutilizzabile per la panificazione. Non volendolo sprecare, la donna ne fece delle palline che tuffò nell’olio bollente dove si gonfiarono e dorarono. Ella offrì ai suoi figli queste piccole frittelle insaporite con lo zucchero e furono molto apprezzate. Dopo averle gustate, essi chiesero alla madre come si chiamassero e lei rispose “Pett’l”, cioè piccole focacce. Non ancora soddisfatti, i pargoli domandarono “E ‘cce sont’?” (cosa sono?) e lei, notando la loro morbidezza rispose “L’ cuscin’ du Bambinell’ ” (i guanciali di Gesù Bambino). Un’altra versione della stessa leggenda narra che, nel novembre del 1210, una signora della Città Vecchia di Taranto uscì sul balcone perché rapita dalle prediche di S. Francesco d’Assisi, che all’epoca evangelizzava la città. Per questo dimenticò il suo impasto a lievitare rendendolo inutilizzabile per farci il pane.

Le pettole tradizionali possono essere gustate in vari modi: al naturale, con lo zucchero, con il miele (e le dita tutte azzeccat’…appiccicate), con il vincotto, con le acciughe. Fondamentale: che siano ben calde!

Ma perché le bande a S. Cecilia? Perché la santa è notoriamente considerata la Patrona della musica.

Nel percorso che porta al Natale, un’altra tappa fondamentale è quella della solennità dell’Immacolata. La Vergine Immacolata è compatrona della città insieme a S. Cataldo e la sua protezione è legata a due episodi in particolare per i quali il popolo aveva attribuito l’intervento straordinario della Vergine a difesa di Taranto: 7 dicembre 1710 (vigilia dell’Immacolata), 20 febbraio 1743: in entrambi i casi la città fu miracolosamente salvata dal terremoto. La vigilia dell’Immacolata tarantina è un’istituzione, quasi come quella di Natale. Ritorna il rito delle bande e delle pettole e il giorno si svolge frenetico nei mercati e supermercati, in particolare ai banchi del pesce, per fare la spesa della cena della vigilia e del pranzo della festa del giorno dopo. In passato c’era chi digiunava a mezzogiorno nutrendosi soltanto di una pagnotta ovale di pasta soffice chiamata mescetàre (una probabile deformazione della parola vigitale ossia “della vigilia”). Giunti alla sera della vigilia, in strada regna la quiete, nelle case invece parenti e amici si riuniscono “numerosi” per consumare il tradizionale menù: frutti di mare crudi, pasta con anguille o con le cozze (con le cozze è più tradizionale il tubbettino), verdure come il mugnolo (una sorta di caovolo-broccolo coltivato nel Salento ma anche nella zona di Napoli e Caserta) e le cime di rape stufate, capitone all’agrodolce, baccalà fritto, poi sedano, finocchio e catalogna per far “scendere” meglio nello stomaco ciò che si è mangiato precedentemente e fare spazio ad altro (in dialetto si chiama spingituro proprio perché spinge nello stomaco), poi…volendo… olive, provolone, melanzane sott’olio. Per chiudere, clementine del Tarantino, frutta secca e dolci. Tradizione vuole che la tavola venga sparecchiata per dare avvio alla prima tombolata delle feste e ai giochi con le carte.

Il pranzo dell’Immacolata non è certo da meno per gli impavidi della buona tavola, quindi…vi facciamo immaginare.

Ovviamente nel giorno dell’Immacolata si svolge la tradizionale processione con il simulacro della Vergine che viene portata per le strade della Città Vecchia. La statua è normalmente conservata nella Chiesa di S. Michele ma, in occasione della solennità, viene trasferita nella cattedrale di S. Cataldo. La statua portata in processione ha una particolarità, in quanto le mani giunte non sono tradizionalmente sul petto (così come la Vergine stessa aveva indicato, in un’apparizione avvenuta a Parigi, a suor Caterina Labouré delle Figlie della Carità) ma sono rivolte verso destra. Fu in occasione del terremoto del 1743 che le mani della Vergine mutarono la loro posizione (a detta del popolo) quasi come a proteggere la città dalla devastazione che colpì invece il resto del Salento.

La vigilia e il pranzo di Natale si svolgono sulla falsariga di quanto avviene per l’Immacolata…solo che il grado di difficoltà per i commensali sale di livello. Un’attenzione particolare la dedichiamo ai dolci tradizionali natalizi, nello specifico carteddàte e sanacchiùdere (o sanacchiùdd’) .

Le carteddàte assomigliano a dei piatti cestini fatti di strisce di sfoglia di pasta ondulate e tagliuzzate. La pasta si taglia in strisce con la rotella dentata e si arrotola su se stessa a forma di rosa. Dopo qualche ora di asciugatura la pasta viene fritta e poi le carteddàte vengono insaporite con miele (o vincotto) e granellini di zucchero colorati (anisìne). Il nome deriva proprio dal fatto che la forma a cestino ricorda le ceste di vimini (cartellate) che a Taranto venivano usate per il trasporto delle ostriche e dei frutti di mare in generale. Gli ingredienti della pasta sono farina, olio di oliva, zucchero, anice o vino bianco, sale, lievito di birra.

I sanacchiùdere sono composti dal medesimo impasto che viene, però, arrotolato in bastoncini e poi tagliato a pezzetti; questi vengono premuti e incavati, come si fa per gli gnocchi, utilizzando il rovescio di una grattugia. Così incavati, i pezzetti di pasta tendono a chiudersi e lo faranno ancora di più una volta immersi nell’olio della frittura. Proprio perché questi dolcetti “s’hanno da chiudere” il vernacolo locale li definisce sanacchiùdere. Anche in questo caso il tutto viene completato con miele (o vincotto) e anisìne.

In occasione delle festività natalizie si svolgono nella Città Vecchia due particolari processioni, quella d’ “U Bammine Curcate” (il Bambinello nella culla) e d’ “U Bammine Allert’ ” (il Bambinello in piedi). La mattina del giorno di Natale “U Bammine curcate” si muove in processione dalla cattedrale di S. Cataldo accompagnato dai confratelli della Santissima Trinità e da quelli dell’Immacolata. L’incedere della processione è allietato dal suono delle pastorali natalizie. Il 6 gennaio, solennità dell’Epifanìa, si svolge la prima processione dell’anno con “U Bammine Allert’ ” raffigurato in una statuina di Gesù Bambino in piedi su una nuvoletta sorretta da tre angeli. La statua è accompagnata da tutte le confraternite tarantine ed è consuetudine far vestire i confratelli più piccoli con le rispettive divise con mozzetta colorata.

Insomma, tra un pettola e una pastorale, tra una vigilia e una processione, i 46 giorni che portano da S. Cecilia all’Epifania non annoiano di certo e sanno di bontà e tradizione. Vale la pena fare un giro a Taranto in questo periodo dell’anno. Buone feste!